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Oltre l’illusione: la sostanza invisibile del reale

Scienza e Fisica Quantistica

Oltre l’illusione: la sostanza invisibile del reale

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Oltre l’illusione: la sostanza invisibile del reale

Viviamo immersi in un mondo che, ai nostri sensi, appare solido, tangibile, indiscutibile.

Le nostre mani toccano la materia, i nostri occhi riconoscono forme, la mente costruisce significati e confini. Eppure, da secoli, i grandi filosofi e i maestri spirituali di ogni epoca ci invitano a mettere in dubbio questa evidenza: ciò che vediamo non è necessariamente ciò che è.


Varutti Guerrino

La realtà, sostengono, è un velo sottile che nasconde un principio più profondo, invisibile, che non può essere colto dai sensi ma solo intuito dalla coscienza. In Oriente, questo velo è chiamato Māyā: l’illusione cosmica, la forza che proietta il mondo delle apparenze e ci fa percepire una molteplicità dove, in verità, esiste solo unità.

In Occidente, la filosofia aristotelica ha parlato di materia prima una sostanza pura, priva di forma, potenzialità assoluta che diventa ogni cosa solo nel momento in cui riceve una forma.

Due linguaggi diversi, separati da culture e secoli, ma mossi da una stessa intuizione: la realtà manifesta non è che la superficie di qualcosa di infinitamente più vasto.

La materia prima come grembo dell’esistenza

Per Aristotele, tutto ciò che esiste è composto da due principi inseparabili: materia e forma. La materia è la possibilità, la potenzialità; la forma è l’atto, la definizione, ciò che dà identità e confine. Ma dietro ogni forma visibile una montagna, un albero, un corpo umano esiste una materia originaria che non possiede ancora alcuna forma.È ciò che egli chiamava materia prima, un principio che non si lascia mai afferrare, poiché, nel momento stesso in cui prende forma, cessa di essere “pura”.

Si potrebbe dire che la materia prima è come il silenzio che precede ogni suono: non è ancora musica, ma senza di essa nessuna melodia potrebbe esistere. Oppure come la tela bianca del pittore, che accoglie ogni colore ma non si identifica con nessuno. Essa è, per usare un linguaggio contemporaneo, la “base potenziale dell’essere”, la sostanza invisibile che consente alla forma di emergere. Eppure, la nostra percezione ordinaria si ferma alla forma. Scambiamo il quadro per la tela, la nota per il silenzio, l’oggetto per la realtà. Così, dimentichiamo che dietro la solidità del mondo vibra una dimensione immateriale, fluida, incessantemente creativa.

L’illusione delle forme

Ogni forma, dice la saggezza orientale, è temporanea.Nasce, muta, si dissolve. Ciò che vediamo come stabile una pietra, una montagna, un corpo non è che una configurazione momentanea di energia.

Anche la fisica moderna, in fondo, ci conferma che la materia è vuota in gran parte, un vortice di vibrazioni e campi. Ciò che appare solido è in realtà movimento. Ma l’illusione non sta soltanto nella percezione sensibile. Sta nel modo in cui la mente interpreta il mondo: separando, catalogando, giudicando. Quando nominiamo una cosa — “questo è un albero”, “quello è un corpo”, “io sono io e tu sei altro” fissiamo la realtà in concetti e immagini che ci danno sicurezza, ma ci allontanano dalla sua vera natura. È come voler racchiudere l’oceano in una bottiglia: il nome diventa una prigione per ciò che è infinito.

Māyā non è dunque un’illusione nel senso di “falso”, ma piuttosto un velo di interpretazione, è la danza delle forme attraverso cui l’Assoluto si manifesta e, allo stesso tempo, si nasconde.

Il compito della consapevolezza non è distruggere l’illusione, ma vedere attraverso di essa: riconoscere la trasparenza delle forme e, in ogni cosa, intuire la sostanza invisibile che le sostiene.

Materia e spirito: due nomi di una stessa realtà

Nella visione olistica, la distinzione tra materia e spirito perde senso. Se la materia prima è potenzialità, allora essa non è separata dallo spirito ne è un’espressione. Materia e coscienza, in questo senso, non sono due poli opposti ma due modalità della stessa realtà originaria: una che si manifesta, l’altra che osserva. le tradizioni mistiche, da Oriente a Occidente, hanno sempre riconosciuto questa unità.

Il Brahman vedantico, il Tao cinese, il Nous dei neoplatonici, la materia prima aristotelica, perfino la “sostanza unica” di Spinoza: tutti questi concetti indicano una realtà totale che precede ogni distinzione. Un principio senza forma che, pur restando invisibile, genera l’intero universo delle forme.

Vivere in accordo con questa consapevolezza significa comprendere che ogni cosa è sacra, perché ogni cosa è manifestazione di quella sostanza. La pietra e la stella, la pianta e l’essere umano, il visibile e l’invisibile, tutto partecipa della stessa essenza.E l’illusione della separazione, allora, non è che un passo necessario nel grande gioco della coscienza che si riconosce attraverso le sue infinite maschere.

Il risveglio dello sguardo

Quando ci rendiamo conto che ciò che percepiamo è soltanto una superficie, il nostro sguardo cambia qualità. Non si limita più a descrivere, ma comincia a contemplare. Guardare un albero, in questo stato, non significa vederne solo la forma, ma percepire la vita che lo attraversa, la sua connessione con la terra, con l’acqua, con l’aria e con la luce del sole. Ogni cosa rivela la sua appartenenza a un tutto più grande, e quel tutto, in qualche modo, ci include.

La contemplazione è questo: vedere la materia come trasparenza dello spirito. È un modo di percepire in cui il confine tra soggetto e oggetto si attenua, e ciò che rimane è la semplice presenza dell’essere. In quel momento, la materia prima non è più un concetto filosofico ma un’esperienza viva: la sensazione di appartenere a una realtà che non inizia né finisce, che ci sostiene e ci attraversa.

L’illusione come linguaggio del divino

Forse, allora, l’illusione non è un errore da superare, ma un mezzo attraverso cui l’infinito comunica con se stesso.

Le forme, i volti, gli eventi non sono altro che simboli, parabole, immagini attraverso cui la vita ci parla. Ogni esperienza anche quella dolorosa diventa un messaggio che ci invita a guardare oltre, a risalire dal visibile all’invisibile, dalla forma alla sostanza. Come scrisse Platone, ciò che vediamo nel mondo sensibile è solo l’ombra delle idee eterne, ma forse l’ombra non è meno sacra della luce: è la modalità attraverso cui la luce si rende percepibile. Così la Māyā diventa maestra, e la materia prima non più mistero inaccessibile, ma presenza silenziosa che ci accompagna in ogni respiro.

Verso una scienza della totalità

Nella nostra epoca, che tende a separare e analizzare, riscoprire questa visione unitaria è un atto di guarigione. La scienza esplora la materia, la spiritualità esplora la coscienza ma entrambe, in fondo, cercano la stessa verità: comprendere da dove nasce la realtà. Quando queste due vie tornano a dialogare, nasce una nuova comprensione: la realtà non è un insieme di oggetti, ma un processo di relazione, un campo vivente di connessioni dove ogni cosa esiste in virtù di tutte le altre.

In questa prospettiva olistica, la materia prima diventa simbolo di una conoscenza più vasta: quella che unisce ciò che il pensiero ha diviso.E forse è proprio questa la vera uscita dall’illusione: non negare il mondo, ma riconoscerlo come un riflesso del tutto.

Comprendere che ogni parte ogni gesto, ogni atomo, ogni vita è l’universo che si manifesta.

Il ritorno all’origine

Quando ci rendiamo conto che l’illusione non è nemica ma compagna, smettiamo di voler fuggire dal mondo per cercare il divino. Scopriamo, invece, che il divino si manifesta proprio nella materia, in ciò che è concreto e quotidiano.

Il reale non è un sogno da dissolvere, ma un sogno da comprendere. Dietro la forma, c’è la sostanza; dietro la molteplicità, l’unità; dietro l’illusione, la verità silenziosa dell’essere. E forse, come insegnavano i saggi, il risveglio non consiste nel cambiare il mondo, ma nel vederlo con occhi nuovi: riconoscere che ogni cosa è il volto dell’infinito che si riflette nella nostra coscienza.

L’universo non è un insieme di cose, ma un’unica sostanza che prende forma e si dissolve in se stessa. La materia prima è la potenza silenziosa dell’essere, Māyā è la sua danza visibile. E noi, nel mezzo di questo mistero, siamo al tempo stesso spettatori e partecipanti: la coscienza attraverso cui l’infinito si riconosce.


Varutti Guerrino
Laureato in Scienze Politiche e in Filosofia applicata, ex dirigente enti pubblici, attratto da sempre dell’infinitamente piccolo (il microcosmo)... Leggi la biografia
Laureato in Scienze Politiche e in Filosofia applicata, ex dirigente enti pubblici, attratto da sempre dell’infinitamente piccolo (il microcosmo) e dell’infinitamente grande (macrocosmo), appassionato e assiduo lettore della rivista Scienza & Conoscenza che condivide i progetti e gli obiettivi di Macro Edizioni. Leggi la biografia

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