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Luci e ombre sul caso Majorana

Scienza e Fisica Quantistica

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Luci e ombre sul caso Majorana

Che cosa si nasconde dietro la scomparsa di Ettore Majorana? Decine di libri sono stati scritti sul fisico catanese, una delle menti più brillanti mai esistite, che il 27 marzo 1938 decise di sparire dopo aver messo piede a terra nel porto di Napoli. Non c’è dubbio che la sua misteriosa scomparsa sia uno degli enigmi di mag­giore interesse nel mondo scientifico mondiale. Che cosa si cela dietro a questo mistero?


Francesca Lanza - 22/12/2023

Ettore Majorana: un prodigio italiano

Nato il 5 agosto 1906 a Catania, Ettore Majorana fu indubbiamente una delle menti più brillanti della fisica del ‘900. Appartenente a una famiglia benestante, fu circondato da una cornice di genialità fuori dal comune fin dalla nascita. La famiglia Majorana infatti era nota per l’alto livello di intelligenza dei suoi membri, affermati nell’ambito della giurisprudenza, dell’ingegneria e della scienza.

Seguendo le orme di questa genialità familiare, fin da giovane Ettore dimostrò un interesse smisurato per la matematica e la fisica tanto che ben presto abbandonò la facoltà di ingegneria per passare a quella di fisica, in cui sui laureò nel 1930 all’Università di Roma.

Come sottolinea Rino Di Stefano nel suo Il caso Majorana Pelizza: “Era in grado di fare calcoli com­plicatissimi a mente, in pochi secondi. Fa­moso fu il suo primo incontro - scontro con Enrico Fermi, allora titolare della cattedra di Fisica teorica all’Università di Roma, do­vuto a un calcolo che Fermi fece alla lava­gna, aiutandosi con un regolo, e Majora­na a mente”.

Appena un anno dopo la laurea il nome di Majorana era noto in campo internazionale. L’ambasciata sovie­tica a Roma gli propose di trasferirsi a Mosca per dirigere l’Istituto Superiore di Fisica e fu corteggiato anche dalle università di Yale e di Cambridge, nonché dalla prestigiosa Carnegie Foundation, che non ricevettero dallo scienziato italiano alcuna buona notizia. Majorana restò a Roma e frequentò l’Istituto di Fisica di via Panisperna, dal quale usciran­no i migliori scienziati dell’epoca, tutti suoi compagni di corso: Edoardo Amaldi, Emilio Segrè, Franco Rasetti, Oscar D’Agostino e Bruno Pontecorvo.

Fermi e Majorana: un dialogo scientifico intricato

La collaborazione tra i due scienziati, inizialmente segnata da una profonda stima reciproca (Fer­mi sembro comprendere fin da subito l’altissimo valore di Majorana, che paragonerà a Galileo e New­ton), divenne complessa quando Majorana presentò la sua teoria pioneristica sui fermioni che portano appunto il suo nome. Questi particolari fermioni, che sono le proprie antiparticelle, avrebbero rappresentato un contributo fondamentale alla comprensione della materia e dell’antimateria.

Vuoi per questo dissidio con Fermi, vuoi per problemi di salute (che alcuni ipotizzano) o semplicemente per il suo temperamento schivo e riservato, dal 1932 al 1936 Majo­rana non frequentò più l’Istituto di via Panisperna. Solo e isolato, sempre im­merso nei suoi pensieri, un giorno scrisse al fratello Luciano confidandogli: “All’Istituto nessuno capisce nulla. Le mie teorie le pos­sono comprendere solo quattro persone: Bohr, Heisenberg, Dirac e Anderson…”. Poi, improvvisamente la mattina del 27 marzo 1938, sbarcò dal tra­ghetto Palermo-Napoli, si avviò verso i vico­li della città vecchia scomparendo nel nul­la, per sempre. Inutili, tra l’altro, le indagini della polizia, autorizzate da Mussolini in persona.

Una sparizione misteriosa

Ma che cosa si potrebbe nascondere davvero die­tro la decisione di Majorana di sparire per sempre? Su questo enigma, sono state fatte molte ipotesi. Come documenta magistralmente Rino Di Stefano nella sua inchiesta sul caso Majorana, secondo il profes­sor Erasmo Recami, docente emerito di Fisica e Struttura della Materia presso l’U­niversità Statale di Bergamo, biografo uf­ficiale di Majorana e autore del documen­tatissimo libro Il caso Majorana, le tracce dello scienziato scomparso portano a due diverse congetture:

1)     la pista argentina, cioè il trasferimento di Majorana in Sud America per un certo periodo di tem­po.

2)     L’ingresso in Majorana in un monastero del sud Italia, dove sarebbe vissuto fino alla fine dei suoi giorni.

Dopo la scoperta di una foto scattata in Venezuela, in cui alcuni ritenevano di riconoscere Ettore Majorana, la “pista sudamericana” fu ri­proposta da «la Repubblica» e dal «Corrie­re della Sera», che portarono la Procura di Roma, dopo 73 anni dal giorno della scomparsa, a riaprire le indagini, ma nonostan­te gli accertamenti eseguiti non si ricavò nessuna certezza sul fatto che Majorana potesse essersi trovato in Sud America.

Di certo, invece, sottolinea Rino Di Stefano “c’è che Majorana, pochi giorni prima della scomparsa, si era pre­sentato al Convento di S. Pasquale di Por­tici per essere ammesso in quell’ordine religioso. La sua richiesta non fu accolta e sarebbe dunque plausibile che avesse tentato con altri istituti religiosi. Un dubbio viene, ad esempio, da quanto l’abate di un con­vento di clausura dichiarò alla madre di Majorana, che lo cercava in ogni dove: «Ma perché lo cerca, signora? L’importante è che suo figlio sia felice». Per inciso, la madre del fisico si rivolse an­che a Papa Pio XII in persona per sapere se il figlio si fosse davvero nascosto in un convento, ma non ebbe mai risposta. Qualcuno fece osservare alla signora che “chi tace acconsente”.

A ragione di tale Ipotesi Rino Di Stefano racconta anche che (cito fedelmente il testo):

 “L’ipotesi del ritiro in convento è stata spo­sata anche da Leonardo Sciascia nel suo libro La scomparsa di Majorana, dove, pe­rò, non rivela il nome della struttura che avrebbe accolto lo scienziato. Più preciso è invece il giornalista Sharo Gambino che, nel suo volume L’atomica e il chiostro, af­ferma di aver saputo dal frate Francesco Misasi che nella Certosa di Serra San Bru­no, in Calabria, «vi era un monaco capace di risolvere in un attimo i calcoli più com­plicati». Persino Papa Wojtyla, durante una sua visita a Serra San Bruno nel 1984, ricordò che «il monastero aveva dato ospi­talità al grande scienziato Ettore Majora­na». Quelle notizie disturbarono parec­chio i frati della Certosa che nel libro Serra San Bruno e la Certosa di Ceravolo-Lucia­ni-Pisani, bollarono come “falsità” questa teoria, smentendo persino il Papa. Quelle dichiarazioni vennero riprese anni dopo, esattamente l’8 ottobre 2002, a pagina 18 del Corriere della Sera, nell’articolo Serra San Bruno, terra di carbonai e clau­sura di Ettore Mo.”

Se, come sembra, Majorana avesse deciso di trascorrere il resto della sua esistenza chiuso tra le sicure mura di un convento, che cosa lo avrebbe indotto a prendere una decisione così drastica?

 

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Il segreto della materia

Un’interessante ipotesi viene proposta dal fisico portoghese Joao Magueijo, do­cente di Teoria della relatività generale all’Imperial College di Londra, il quale nel suo libro La particella mancante avanza l’ipotesi che Majorana avesse scoperto il vero segreto della materia. E, per non rive­larlo, avesse deciso di sparire. Di che cosa si tratta?

Citando ancora una volta Rino Di Stefano: “L’unica traccia giunta fino a noi è un quadernetto dove il fisico ha scritto la sua Teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone. Quest’ultimo è un elettrone con carica positiva, per cui se un positrone si scontrasse con un elettrone, che ha cari­ca negativa, avverrebbe l’annichilimento della materia in energia pura. Attualmen­te esiste una tecnologia simile utilizzata in campo medico, ma viene applicata in modo molto circoscritto. Diverso sarebbe se, a livello industriale, bastasse poca energia per ottenere dei positroni. In quel caso si potrebbe avere una reazione con­trollata che porterebbe alla realizzazione di energia pura in grande scala. Si tratta, al momento, di fantascienza pura. In quanto la scienza è ben distante da una tecnologia di questo tipo. Anche se al Cern di Ginevra, come abbiamo visto e con un enorme dispendio di energia, sono già riu­sciti a ottenere degli anti-atomi di idroge­no nell’ambito del progetto Athena. La domanda, a questo punto, è: e se Majo­rana avesse davvero scoperto come pro­durre positroni? Non ci vuole molta im­maginazione per intuire come potrebbe essere utilizzata un’invenzione del gene­re se finisse nelle mani sbagliate…”.

A far luce sulla sua misteriosa scomparsa e l’ipotesi di una tecnologia e una fisica potenzialmente capaci di cambiare il mondo come lo conosciamo, Rino di Stefano con Il Caso Majorana Pelizza. Luci e ombre di eventi misteriosi che i giornali e il mainstream non hanno mai voluto affrontare.

 

Francesca Lanza

 


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