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Bellezza universale e cervello

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Raffaele Renna - 01/01/2016

Il culto e il senso della bellezza nascono con l’uomo. Quando l’uomo ha cominciato ad avere il senso dell’astrazione e ha usato l’intelligenza, ha usato le mani e il corpo per procurarsi il cibo, per sopravvivere e anche per “propiziare” gli eventi e fare cose “belle”, lo ha fatto in perfetta sintonia con la natura, in rapporto diretto con essa, percependone le leggi dell’armonia, dell’ assoluto e maturando di pari passo la consapevolezza di essere sé stesso espressione e frutto di quelle leggi.
Una danza tribale e una pittura rupestre diventano, per l’uomo preistorico, modalità esistenziali, nonchè tentativi in chiave artistica, di capire la natura e le sue forme. Ma anche di dominarla.
All’inizio dominare la natura doveva equivalere alla capacità di rappresentarla e poi di riprodurla in modo sempre più fedele, immortalando momenti esaltanti e significativi della vita di gruppo e invocando probabilmente delle divinità che si perpetuavano nel tempo come archetipi dell’anima.
Il culto del bello nell’antichità ha il suo periodo più elevato nell’arte greca dove diventa addirittura una filosofi a di vita e un mezzo per comprendere e valutare tutti i fenomeni dell’universo.
Nella fase più alta di questa ricerca, quella classica, l’artista volle finanche correggere i “difetti” e le imperfezioni della realtà fisica costruendo una natura ideale, così come può esistere solo nella mente, e associando a questo tipo di bellezza tutte le altre virtù umane come l’intelligenza, l’equilibrio psichico, la socievolezza, l’eroismo ecc. Questa bellezza integrale fatta di esteriorità
e interiorità aveva una funzione morale, doveva educare gli individui, perché era la migliore possibile ed era quindi quella che si avvicinava di più alle “divinità”.
L’uomo dunque poteva essere bello ma non perfetto, sia dentro che fuori, e bisognava tendere e guardare alla bellezza ideale per migliorarsi e somigliare sempre di più a quelle divinità. Una siffatta bellezza non poteva non avere delle “regole”, delle regole assolute. Canoni, appunto. Generazioni di studiosi hanno cercato di individuare i parametri matematici e geometrici di questa
estetica ideale in grado di attrarre tutti indistintamente, basata su proporzioni e simmetrie (bilaterali e rotazionali) ben definite e definibili.
Leonardo da Vinci chiamò queste proporzioni, presenti e presunte in tutto il cosmo, “Sezione Aurea”, per andare alla radice dell’armonia e della bellezza.
Fibonacci, con la sua famosa serie numerica, cercò di spiegare matematicamente le sequenze progressive, anche queste auree.
Policleto, scultore classico della Grecia antica, fissò nei suoi “canoni” la struttura, le forme e le proporzioni di un uomo ideale. Tale modello fu poi sviluppato da Vitruvio, architetto romano, in tutte le opere imperiali seguenti. Humayun ci ha provato nel 1997 con il volto umano.
Pare quindi che la natura dell’intero universo si fondi strutturalmente e funzionalmente sul principio della bellezza. Einstein affermò che la sua teoria della relatività scaturì da una metafisica ricerca di simmetria.
Roger Penrose, uno dei padri, insieme a Stephen Hawking, della teoria sui buchi neri, disse: “senza estetica non si fa nulla”.
Ciò suggerisce un tipo di bellezza legata anche ad una dimostrazione matematica, a una equazione e, di riflesso, al pensiero razionale.
Un dato straordinario viene dalle numerose ricerche dell’etologia umana, della psicologia sociale e dei laboratori neurobiologici che confermano le intuizioni millenarie riguardanti questa logica dell’armonia universale.
Il nostro cervello sembra programmato apposta per discriminare istantaneamente ciò che è oggettivamente bello da ciò che non lo è, perché, così facendo, siamo portati a scegliere gli individui più sani in quanto garantiscono una buona formazione genetica, una migliore sopravvivenza e una migliore capacità riproduttiva. Ed ecco che la bellezza si lega necessariamente al discorso della selezione naturale e quindi dell’evoluzione.
Simmetrie e armonie diventano sinonimi di salute e, allo stesso tempo, di continuazione della specie, grazie all’archetipo della bellezza esistente in ognuno di noi.
La neurobiologia, tra l’altro, ha scoperto che all’interno del cervello esiste un complesso di organi adibito alle sensazioni piacevoli che l’uomo prova in ciò che vede, in ciò che ascolta o in ciò che ritiene fare di interessante.
In particolare, i neurotrasmettitori che agiscono tra “l’area tegmentale ventrale” e il “nucleo accumbens” creano un campo chiamato “circuito del piacere”, circuito attivato sia se si ascolta la musica preferita, sia se si guarda il proprio partner o, in modo ancora più accentuato, se si ha un rapporto amoroso.
Questo ci dice che l’uomo è un dipendente (non tossico) di tante sostanze dopaminergiche prodotte naturalmente dal sistema nervoso centrale, quando è intento a fare, sentire, vedere o gustare cose belle. D’altronde è scontato che tutto ciò che è considerato come bello è destinato a far provare emozioni piacevoli, altrimenti che bello sarebbe?!
Si conferma così la legittimità di definire la bellezza come tutto ciò che può essere causa di emozioni gradevoli e positive.
L’arte, quell’incredibile prodotto della creatività e del talento dell’uomo, ha proprio questa funzione.
Beethoven ebbe a dire che “il compito dell’artista è quello di alleviare le sofferenze dell’umanità ”. E sappiamo che non è solo l’arte, intesa in senso stretto, a produrre “cose belle”. Anche un gesto di solidarietà è una cosa bella, anzi bellissima.
Produce belle emozioni positive perché è frutto dell’angolo migliore del nostro inconscio collettivo, anche se può essere fatto in modo deliberato e cosciente.

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Le categorie della bellezza
E qui nasce l’esigenza di dare delle categorie alla bellezza, per individuare le strutture che di norma associamo a un godimento estetico, tenendo presente che in tutte queste categorie esiste una dimensione oggettiva, universale, valida per tutti e una soggettiva, individuale che risponde alla nostra personale visione delle cose.
Un’altra premessa riguarda una qualità e un prerequisito per godere di una bellezza, ossia l’adeguatezza alla situazione e allo scopo, sia della bellezza nei confronti dell’uomo (definendo un rapporto stretto con chi la percepisce), sia dell’uomo nei confronti della bellezza.
Ad esempio, nel primo caso, un bel discorso politico, anche se fatto da un grande oratore, mal si accorda con l’atmosfera di una festa privata.
Nel secondo caso, invece, può essere l’uomo non adeguato alla situazione di poter apprezzare la bellezza di un quadro, di un paesaggio o di un piatto prelibato. Questo avviene ad esempio quando una persona è in condizioni precarie di salute oppure ha grossi problemi di altro tipo per cui è psicologicamente orientato a risolvere i suoi problemi piuttosto che godersi un’opera a teatro.
Lo star bene è una condizione generalmente necessaria per apprezzare ciò che può essere oggetto della bellezza.
Ma può accadere di desiderare, in un momento di sconforto e di depressione, di ascoltare una bella canzone o suonare uno strumento come valvola di sfogo (e sappiamo bene il ruolo che svolgono la musicoterapia e le altre arti terapeutiche, in tale contesto).
Per quanto riguarda l’adeguatezza allo scopo, in riferimento all’estetica, bisogna invece precisare che per poter dare il giusto valore alle varie forme di arte e di bellezza è opportuno saperle collocare e contestualizzare. Fatte queste premesse, si possono quindi individuare tre categorie:

• Possiamo dare priorità a una categoria fondamentalmente strutturale, ossia quella che scaturisce dalla disposizione degli elementi secondo un determinato sistema di relazioni. Fra le più note qualità relazionali vanno ricordate la consonanza, la simmetria, l’armonia, l’eleganza, la proporzione, l’equilibrio, la chiarezza, la sobrietà, l’unità e la continuità. Ne abbiamo parlato a
proposito del classicismo della Grecia antica e a proposito dell’archetipo della bellezza che abbiamo tutti.

• Una seconda categoria concerne più direttamente i modelli di vita: le ideologie, le religioni, le fi-
losofie, le teorie sociali, le teorie economiche, le teorie in genere e tutto ciò che ne è connesso in termini esistenziali. Ad esempio un comunista ritiene bella una società fondata sull’uguaglianza e sulla distribuzione equa delle ricchezze, una società senza classi sociali dominanti sulle altre.

• L’ultima categoria può riguardare più specificatamente le azioni e le attività, e non le cose in sé. Può essere infatti bello scrivere un libro, occuparsi di astronomia, di funghi, di archeologia, di uno strumento musicale, fare il già citato gesto di solidarietà ecc., perché in queste attività ci si identifica, ci si proietta, si possono esprimere i propri pensieri e le proprie esperienze. Questo tipo di bellezza prescinde dal fatto che ne scaturiscano oggetti e azioni di valore o artisticamente elevate. Qui rientrano tutti quegli hobby e quelle passioni che camminano con l’uomo, lo fanno tendere verso un traguardo e lo fanno vivere come attore e produttore di propri valori, in un contesto di apertura e di espansione vitale. Il criterio base di questa categoria è, di massima, lo slancio motivazionale, sempre unito a una certa dimensione creativa.


Raffaele Renna
Raffaele Renna è docente di Disegno e Storia dell'Arte al liceo scientifico Banzi di Lecce, è laureato in Psicopedagogia, specializzato e già... Leggi la biografia
Raffaele Renna è docente di Disegno e Storia dell'Arte al liceo scientifico Banzi di Lecce, è laureato in Psicopedagogia, specializzato e già insegnante di sostegno agli alunni in difficoltà, diplomato in pittura alla Statale d'Arte di Lecce, autore del libro Perché ci innamoriamo. Una ricerca sul colpo di fulmine, edito da Il Punto... Leggi la biografia

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