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Le montagne di fuoco: intervista a Sabrina Mugnos


Sabrina Mugnos - 01/01/2016

Tratto da Scienza e Conoscenza n. 35.

Il piglio rigoroso e scrupoloso dell’analisi scientifica e l’anima romantica da esploratrice dell’Ottocento di Sabrina Mugnos si fondono anche nel suo ultimo libro dedicato al vulcanismo, Vulcani: quali rischi? appena uscito per Macro Edizioni.
L’attrazione per i luoghi più inaccessibili e affascinanti del pianeta ha portato Sabrina sui crateri dei vulcani più imponenti e pericolosi al mondo: un’indagine sul campo alla ricerca di quei fenomeni di distruzione e creazione insiti nella natura di ogni vulcano. Perché se è vero che le montagne di fuoco sono da sempre causa di distruzione e profonda modificazione dell’habitat, al tempo stesso costituiscono la linfa vitale della terra, la nuova materia attraverso la quale i suoli e gli ecosistemi si rinnovano e nascono a nuova vita.
Sabrina Mugnos ci racconta i suoi vulcani e ci mette in guardia sul più pericoloso di essi: il vicino e apparentemente placido Vesusio…

Come si origina un vulcano?
Dobbiamo pensare al nostro pianeta come a una sorta di gigantesca pesca: la sottile buccia è la crosta, la polpa il mantello e il nocciolo il nucleo. La crosta più una parte del mantello, per uno spessore di circa 100-120 km, formano la litosfera e sono frammentati in placche o zolle in moto reciproco tra loro. E così, potendo sia scontrarsi che allontanarsi l’una dall’altra, lungo i loro margini le placche possono originare sia moti compressivi che distensivi, accompagnati da attività sismica e vulcanica. Nella fattispecie i vulcani si formano quando su un’area più o meno estesa della superficie terrestre si verificano delle manifestazioni eruttive la cui natura (esplosiva o effusiva) dipende dalla dinamica che le origina. Seguendo uno schema generale diciamo che laddove si generano moti distensivi si ha la fuoriuscita di lava (roccia fusa molto fluida a temperatura intorno ai 1.000°C) che dapprima zampilla lungo le fratture per poi accumularsi nel tempo (se il fenomeno continua) in colossali edifici vulcanici alti anche migliaia di metri e dai fianchi poco inclinati (come i vulcani hawaiiani e l’Etna). I moti compressivi, invece, innescano un’attività che può variare da moderatamente a fortemente esplosiva.

Ci sono stati nella storia del Pianeta periodi caratterizzati da grande attività eruttiva? Com’è la situazione attuale?
Nel lontanissimo passato ci sono stati dei veri e propri cataclismi di origine vulcanica. Circa 250 milioni di anni fa, alla fine dell’Era Paleozoica, una colossale estrusione lavica in Siberia inondò 7 milioni di chilometri quadrati di territorio, compromettendo l’ambiente al punto da portare all’estinzione del 95% delle forme viventi. E ancora un evento analogo, sebbene di entità leggermente inferiore, avvenne nel Deccan, in India, 65 milioni di anni fa, proprio in concomitanza con la caduta di un gigantesco asteroide sul Golfo del Messico. Il clima cambiò drasticamente, gas venefici intossicarono il pianeta, e i grandi rettili (in prevalenza dinosauri) furono quelli che ebbero la peggio avviandosi verso una lenta ma inesorabile estinzione. L’eruzione devastante più recente, invece, fu quella del vulcano indonesiano Toba avvenuta 74.000 anni fa, che sembra abbia decimato l’umanità allora emergente.
L’uomo moderno non ha ancora affrontato grossi cataclismi vulcanici, sebbene numerose e disastrose eruzioni verificatesi in tempi storici abbiano messo in ginocchio la civiltà allora presente, innescando severe carestie.

Quali sono i luoghi più pericolosi al mondo?
Ogni terra vulcanica quando popolata o, come spesso accade oggi, sovrappopolata, è pericolosa, tanto più nel caso si trovi a contatto con vulcani esplosivi e non esistano efficienti Piani di Evacuazione in grado di fronteggiare un’eventuale eruzione imminente.
L’area più pericolosa al mondo è senza dubbio quella napoletana, minacciata dal Vesuvio e dai Campi Flegrei, che sonnecchiano circondati da centinaia di migliaia di persone.

I vulcani manifestano la loro attività in maniere molto differenti: alcuni eruttano placidamente lava per anni (come i vulcani delle Hawaii), altri sembrano dormire per secoli per poi esplodere in maniera improvvisa oscurando il cielo e causando catastrofi. Cosa determina queste differenze?
Come ho accennato la natura di un vulcano dipende dal luogo e, quindi, dal modo in cui si forma. La roccia fusa che risale dalle profondità della Terra è sempre basalto, ma quando riesce ad arrivare in superficie veloce e indisturbato mantiene la sua fluidità e libera dolcemente i suoi gas dando luogo a spettacolari fontane di lava seguite da innocue colate. E ciò accade di norma lungo i margini di placca distensivi o in prossimità dei cosiddetti Punti Caldi (Hot Spot) di cui le isole Hawaii sono la manifestazione più eclatante. Se invece il fuso nella sua risalita viene ostacolato e rimane a stazionare per periodi lunghi nel sottosuolo all’interno della cosiddetta Camera Magmatica, allora subisce una radicale trasformazione chimica che lo rende più viscoso, ovvero pastoso, saturo di gas rimasti intrappolati al suo interno. A quel punto quando risale essi si liberano violentemente sbriciolandolo in una miscela esplosiva di gas e cenere.
Tali meccanismi si verificano in genere lungo i margini di placca compressivi, dove due placche di incontrano ed una si inabissa sotto l’altra. È il caso, per esempio, dei confini dell’enorme placca dell’oceano Pacifico chiamati Cintura di Fuoco.

Quali tipi di vulcani sono presenti sul territorio italiano e nelle zone limitrofe?
In Italia abbiamo un’ampia gamma di tipologie, e alcune hanno dato il nome al genere nella letteratura vulcanologica.
Stromboli, il Faro del Mediterraneo, in attività permanente da oltre 2.000 anni, presenta un’attività da debolmente a moderatamente esplosiva, talmente tipica da aver fatto coniare il termine di eruzioni stromboliane, seguite da quelle vulcaniane, più esplosive, generate dall’altra isola eoliana Vulcano. Poi abbiamo l’Etna il quale – nonostante presenti un’attività prevalentemente effusiva e stromboliana, soprattutto nella sua sommità – nella sua storia ha generato anche eruzioni esplosive.
Infine c’è il pericoloso Vesuvio, ad attività prevalentemente e, spesso, violentemente esplosiva. La sua eruzione storica del 79 d.C., che devastò le cittadine di Pompei ed Ercolano, fu la prima minuziosamente raccontata e documentata da Plinio il Giovane, che descrisse il pennacchio eruttivo oservato sopra il vulcano come un pino: da qui il termine di eruzioni Pliniane, violentemente esplosive.

Nel tuo libro dedichi diversi capitoli al Vesuvio che definisci il vulcano più pericoloso del mondo: perché? Cosa potrebbe accadere a Napoli in caso di eruzione? Esiste un piano di evacuazione?
La pericolosità è un binomio costituito dalla natura del vulcano e dalla zona in cui si trova. Un vulcano esplosivo circondato da centinaia di migliaia di persone è una situazione a dir poco infelice, ed è esattamente quella che si verifica nell’area napoletana. Il Vesuvio è buono e tranquillo dall’anno della sua ultima, modesta eruzione, avvenuta nel 1944; ma potrebbe risvegliarsi da un momento all’altro, e più passa il tempo più è verosimile che lo faccia in modo violento. Voglio però sottolineare che, allo stato attuale delle conoscenze, non è possibile stabilire né quando e tantomeno come potrà avvenire la prossima eruzione.
Nell’area più vicina al vulcano e, quindi, pericolosa, risiedono circa 700.000 persone, e oltre un milione in quella potenzialmente interessata da effetti secondari dell’eruzione come ricaduta di cenere, lapilli, ecc. Quindi – nel caso in cui la montagna desse segnali di risveglio – si tratterebbe di mettere in atto colossale esodo per il quale è stato approntato un altrettanto elaborato Piano di Evacuazione che esiste da una quindicina d’anni e che si sta elaborando nella sua forma definitiva. Ma, com’è ovvio, non mancano le perplessità sulla sua efficienza che ha scatenato un mare di polemiche, tuttora in corso.

È possibile prevedere un’eruzione?
Se per previsione si intende sapere esattamente quando e come un vulcano erutterà, allora la risposta è no. Sulla base della documentazione relativa all’attività storica di un vulcano e al suo stato corrente determinato dai dati strumentali, è possibile sapere innanzitutto se è estinto o solo dormiente. Una volta stabilito che è ancora in attività si possono fare solo previsioni statistiche sull’entità della futura eruzione. Per le previsioni si utilizzano modelli fisici costruiti tramite la Modellistica, una giovane branca della vulcanologia che sulla base di calcoli numerici produce simulazioni di ipotetiche eruzioni future. Tale tipo di studio è applicato da molti anni al nostro Vesuvio. Per quello che riguarda il quando, invece, siamo nella congettura pura. Si possono fare solo grossolane ipotesi sull’arco di tempo entro il quale dovrebbe avvenire un’eruzione sulla base degli intervalli eruttivi storici del vulcano.

Nel tuo libro parli dei vulcani non solo come portatori di catastrofi e distruzioni, ma anche come artefici della vita: in che senso?
I vulcani immettono costantemente e da sempre gas nell’atmosfera necessari alla nostra sopravvivenza, come anidride carbonica e vapore acqueo. Inoltre la loro attività rinnova di continuo la superficie del nostro pianeta, producendo nuove terre e irrorandole di elementi chimici che le rendono feconde. Un esempio: se i napoletani sono così attaccati alla loro terra, sebbene tanto pericolosa, è perché è fertile e rigogliosa grazie ai vulcani, gli stessi che furono artefici di morte e distruzione. In pratica sulle ceneri delle vittime dei cataclismi passati sono sbocciate nuove generazioni che un giorno potrebbero subire la stessa sorte, e così via: in un ciclo perenne di distruzione e creazione di cui siamo parte integrante.

Personalmente, cosa ti affascina dei vulcani?
In generale adoro le manifestazioni di grande potenza della natura: mi ricordano costantemente le mie proporzioni rispetto a essa.
Inoltre ritengo che i fenomeni vulcanici ci mostrino in tempi brevi, anche nell’arco di una vita, il ciclo vitale della natura che è il medesimo che regola la nostra esistenza, e ci stimolino verso riflessioni profonde sul suo significato.

Il tuo libro è costellato delle bellissime foto che tu stessa hai scattato nei luoghi più selvaggi e affascinanti del pianeta: che cos’è per te il viaggio e cosa lo lega a livello simbolico – e non solo – alla ricerca scientifica?
Il metodo scientifico è nato con la sperimentazione, che prima di circoscriversi nei laboratori e passare attraverso sofisticate strumentazioni era fatta sul campo, andando a osservare in loco i fenomeni naturali. Sono stati i grandi esploratori a compiere le prime pionieristiche scoperte sulle quali si sono poi sviluppate le scienze naturali. E anche oggi è l’osservazione sul posto, sempre ricca di sfumature e imprevisti, a fornire il materiale su cui poi sviluppare modelli fisici e leggi matematiche; anche perché la natura ci sorprende sempre e ci impone di riscrivere di continuo le sue leggi permettendo al nostro intelletto di evolvere.
Potrei fare svariati esempi di fatti e fenomeni che ho riscontrato in loco non citati dai modelli della letteratura scientifica o in contrasto con essi.
Ma il viaggio è soprattutto un evento interiore che trasforma profondamente colui che lo vive. Si entra in una dimensione che ci proietta al di fuori delle nostre vite, permettendoci di vederle con maggior distacco e di valutarle nella loro reale essenza, liberi dal giogo della quotidianità.
Infine, ma non da ultimo, soprattutto nelle situazione estreme la nostra vera indole emerge, rivelandoci chi siamo realmente e quali sono i nostri limiti e le nostre potenzialità.
Questa “magia”, però, si compie quando si ha nel sangue il richiamo del viaggio, ovvero la predisposizione ad aprirci al mondo, come una brezza che quando si alza ci invita seguirla. Il resto, spesso, si rivela deleteria vanità.

Sabrina Mugnos
Geologa, ha studiato e visitato decine di vulcani in giro per il mondo attraverso esplorazioni avventurose e talvolta estreme. Si occupa da tanti anni anche di astrobiologia e di Archeoastronomia. Il suo ultimo libro, I maya e il 2012, Indagine scientifica (Macro Edizioni), sta riscuotendo un grande successo in Italia e in diversi paesi stranieri. Impegnata in corsi, seminari e convegni a respiro internazionale, è spesso ospite di trasmissioni televisive e radiofoniche.
Per maggiori informazioni: www.sabrinamugnos.com.


Sabrina Mugnos
Geologa, ha studiato e visitato decine di vulcani in giro per il mondo attraverso esplorazioni avventurose e talvolta estreme. Si occupa da tanti... Leggi la biografia
Geologa, ha studiato e visitato decine di vulcani in giro per il mondo attraverso esplorazioni avventurose e talvolta estreme. Si occupa da tanti anni anche di Astrobiologia e di Archeoastronomia. Il suo libro, I maya e il 2012, Indagine scientifica (Macro Edizioni), sta riscuotendo un grande successo in Italia e in diversi paesi stranieri.... Leggi la biografia

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