Il mondo di scena e di retroscena
Fisica dell'incredibile
Fisica dell'incredibile
Ciò che vediamo è davvero tutto ciò che esiste? Un viaggio tra la fisica speculativa di Severi e Pannaria per capire se la realtà manifesta sia solo la scena di un processo più profondo.
Varutti Guerrino
La fisica di Severi e Pannaria tra materia visibile e realtà invisibile
Ciò che appare è davvero tutto ciò che esiste? O la realtà che incontriamo ogni giorno è soltanto la scena di un processo più profondo, che rimane nascosto dietro il sipario?
C'è una domanda che accompagna da sempre la ricerca dell'uomo: che cosa c'è dietro ciò che vediamo?
La scienza moderna ci ha abituati a pensare che, oltre la percezione immediata, esista una realtà fatta di atomi, campi, particelle e strutture matematiche, ma esiste anche una tradizione di pensiero che ha posto la questione in termini ancora più radicali: la materia che percepiamo potrebbe essere soltanto una manifestazione, un aspetto transitorio di qualcosa di più fondamentale. È in questo territorio, sospeso fra fisica, filosofia della natura e riflessione epistemologica, che si collocano le ricerche di Francesco Severi e Francesco Pannaria. Il loro linguaggio è quello della fisica del Novecento, ma alcune delle loro domande conservano ancora oggi una forza sorprendente: che cosa intendiamo veramente quando diciamo “materia”? È la massa che possiamo pesare? È l'energia? È ciò che occupa uno spazio? Oppure esiste una dimensione più originaria, non immediatamente accessibile ai nostri sensi?
È importante chiarire fin dall'inizio che la teoria Severi-Pannaria non appartiene al quadro della fisica contemporanea comunemente accettato. Le loro ipotesi rappresentano una concezione speculativa della materia e del rapporto fra fenomeno e realtà sottostante. Proprio per questo, però, possono diventare uno stimolante punto di partenza per una riflessione olistica.
Severi e la materia pura
Francesco Severi, matematico di grande rilievo e figura centrale della cultura scientifica italiana del Novecento, elaborò a partire dal 1946 l'ipotesi della “materia pura”. In una nota presentata all'Accademia Nazionale dei Lincei nel 1962, Severi tornò esplicitamente sulla propria concezione e ricordò che essa aveva avuto origine sedici anni prima. Nello stesso testo attribuì a Francesco Pannaria la dimostrazione dell'esistenza della materia pura attraverso quella che definiva equazione del principio di scambio, o equazione delle quattro costanti fondamentali della fisica.
La materia che conosciamo attraverso l'esperienza quotidiana è materia manifestata: corpi, oggetti, particelle, fenomeni, ha proprietà misurabili, può essere osservata, sottoposta a esperimento, descritta attraverso grandezze fisiche. La materia pura, nella concezione di Severi, appartiene invece a un livello limite e non direttamente fenomenico. In alcune formulazioni viene pensata come materia sottratta agli effetti del tempo e associata a una condizione di massa di riposo nulla.
Non siamo dunque semplicemente davanti a un'altra “sostanza” che potremmo un giorno mettere in un recipiente e analizzare in laboratorio. La questione è più profonda: dove finisce la realtà osservabile e dove comincia il fondamento della realtà?
Pannaria e il principio di scambio
Francesco Pannaria sviluppò una prospettiva strettamente collegata a quella di Severi, e l'Accademia dei Lincei registra nel 1963 la pubblicazione di Aspetti e scambi della materia, firmata da Severi e Pannaria. Nel pensiero pannariano assume particolare importanza il concetto di scambio, la realtà fisica osservabile non sarebbe qualcosa di statico e definitivamente costituito, ma il risultato di processi attraverso i quali una dimensione più fondamentale della materia si manifesta in forme determinate.
Un manoscritto di Pannaria, Aspetti e Scambi della Materia o Energia, successivamente trascritto e pubblicato, presenta proprio l'idea che gli eventi fisici concreti e discreti possano essere considerati discontinuità emergenti da una continuità più originaria della materia o energia cosmica. Ed è qui che la metafora del teatro diventa straordinariamente efficace.
La scena e il retroscena
Immaginiamo un teatro, sul palcoscenico vediamo gli attori, le luci, gli oggetti, i movimenti, è tutto ciò che lo spettatore può percepire direttamente, ma il teatro non è soltanto il palcoscenico, dietro il sipario esistono corridoi, macchinari, tecnici, contrappesi, strutture, persone e meccanismi che rendono possibile ciò che appare sulla scena. Il pubblico vede il fenomeno; non vede necessariamente ciò che lo rende possibile.
Nella lettura Severi-Pannaria, la scena può diventare così una potente immagine della realtà fisica manifesta, mentre il retroscena rappresenta ciò che non appare direttamente ai sensi. Non significa che il retroscena debba essere immaginato come un luogo nascosto nell'universo, simile a una stanza dietro un muro. È piuttosto una metafora per indicare un livello della realtà che non coincide con ciò che immediatamente percepiamo. Questa distinzione è stata ripresa successivamente anche in interpretazioni divulgative della loro teoria, nelle quali la “scena fisica” viene contrapposta a un “retroscena” o “antimondo” costituito dalla materia pura.
Il limite dei sensi
Noi tendiamo spontaneamente a identificare il reale con il percepibile, vediamo un albero e diciamo: “l'albero esiste”, non vediamo gli atomi e diciamo: “gli atomi sono invisibili”, non vediamo direttamente un campo elettromagnetico, eppure ne osserviamo gli effetti. La storia della scienza mostra continuamente che percepire e conoscere non sono la stessa cosa, i nostri sensi costituiscono una finestra sul mondo, non necessariamente il mondo nella sua totalità. Questo non significa che ogni realtà invisibile che possiamo immaginare sia automaticamente reale, è proprio qui che occorre mantenere una distinzione rigorosa tra scienza, ipotesi e interpretazione filosofica.
La lezione più interessante di Severi e Pannaria, da questo punto di vista, non consiste necessariamente nell'affermare che abbiamo finalmente scoperto “ciò che sta dietro il sipario”, consiste piuttosto nel ricordarci che il sipario esiste come problema epistemologico.
Il retroscena non è necessariamente "altrove"
La tentazione, quando si parla di realtà invisibile, è quella di costruire immediatamente un altro mondo: un universo parallelo, una dimensione spirituale, un piano energetico, un luogo abitato da entità invisibili. Ma questa non è necessariamente la direzione indicata dalla riflessione di Severi e Pannaria.
Il retroscena può essere inteso in maniera più sottile: non come un luogo, ma come una condizione della manifestazione. La scena non è separata dal retroscena come due universi indipendenti, sono due aspetti di un'unica realtà, come il suono e il silenzio, come la forma e ciò che la rende possibile, come il visibile e la profondità dalla quale il visibile emerge. Questa prospettiva permette di avvicinare la loro concezione anche a una sensibilità olistica senza trasformarla artificialmente in una dottrina spirituale.
Dalla materia alla forma
Una delle intuizioni più suggestive della prospettiva di Pannaria è il rapporto fra continuità e discontinuità. Il mondo che incontriamo appare fatto di oggetti distinti., questo tavolo è separato da quella sedia, io sono separato dall'albero che vedo dalla finestra, una particella appare come qualcosa di distinto da un'altra. Eppure, a un livello più profondo, la fisica ci ha insegnato che la separazione degli oggetti non è necessariamente così semplice come suggerisce l'esperienza quotidiana.
Pannaria interpreta la materia in termini nei quali gli eventi discreti possono emergere da una continuità più originaria. La forma sarebbe dunque una sorta di apparizione temporanea, come un'onda sulla superficie del mare. L'onda esiste realmente: possiamo vederla, misurarla, fotografarla, ma non è separata dal mare nel senso assoluto del termine. È il mare che, per un certo intervallo, assume quella configurazione. Questa immagine non deve essere scambiata per una dimostrazione fisica della teoria Severi-Pannaria, è piuttosto una metafora capace di renderne intuitivamente il problema.
Una visione olistica della realtà
Ed eccoci al punto nel quale la fisica può incontrare la ricerca olistica, la parola “olistico” deriva dall'idea di intero. Pensare in maniera olistica significa rifiutare, almeno come metodo di riflessione, l'idea che ogni parte possa essere compresa completamente isolandola dal tutto.
Se applichiamo questa sensibilità alla metafora della scena e del retroscena, l'universo non appare più come una collezione di oggetti separati, ma come un processo nel quale ciò che vediamo emerge continuamente da relazioni e condizioni che non vediamo. Anche l'essere umano può essere osservato attraverso la stessa metafora, il corpo è la scena, ma dietro il corpo esistono memoria, emozioni, intenzioni, relazioni, processi biologici, attività neuronali e una storia personale.
Ciò che appare esteriormente è il risultato di una complessità che non appare tutta nello stesso momento. Possiamo persino spingerci oltre, entrando però consapevolmente nel campo filosofico: quanto della nostra identità coincide con ciò che mostriamo?
Il pericolo di confondere metafora e prova
Proprio perché il tema è affascinante, è necessario evitare una scorciatoia. Non possiamo dire: “Severi e Pannaria parlavano di materia invisibile, quindi hanno dimostrato scientificamente l'esistenza di una dimensione spirituale.” Allo stesso modo non è corretto utilizzare la parola “quantistico” come sinonimo di “misterioso” o “spirituale”.
La fisica ha regole precise, richiede formulazioni matematiche, previsioni e verifiche sperimentali. Le concezioni di Severi e Pannaria devono essere collocate nel loro contesto storico e valutate come elaborazioni teoriche che non fanno parte del paradigma fisico contemporaneo dominante, ma riconoscere questo limite non impoverisce il loro pensiero, al contrario, lo rende più interessante, perché possiamo porci la domanda senza pretendere di avere già la risposta.
Il sipario rimane aperto
Forse è proprio questo il valore più attuale della metafora di Severi e Pannaria, la realtà che vediamo non deve necessariamente essere considerata un'illusione, la scena è reale, il corpo è reale, la materia che tocchiamo è reale, il mondo che sperimentiamo è reale. Ma reale non significa necessariamente completo, una fotografia dell'oceano è reale, ma non contiene l'intero oceano, una nota musicale è reale, ma non contiene tutta la musica, una stella che vediamo nel cielo è reale, ma la sua luce ci racconta soltanto una parte della sua storia.
Forse anche l'universo che percepiamo è così: una manifestazione autentica, ma parziale, il valore della ricerca non sta allora soltanto nel cercare nuovi oggetti da mettere sulla scena, sta anche nel domandarsi che cosa renda possibile la scena stessa.
Severi chiamò “materia pura”, come Aristotele chiamava “materia prima” ma il concetto è lo stesso, ciò che collocava al di là della materia fenomenica; Pannaria sviluppò una concezione nella quale la continuità della materia o energia cosmica e la comparsa delle forme discrete entravano in relazione attraverso il principio di scambio. Da una prospettiva olistica possiamo raccogliere questa eredità non come una verità da accettare per fede, ma come una domanda.
Che cosa vediamo quando guardiamo il mondo? E, soprattutto: che cosa non vediamo mentre lo guardiamo?
Nel momento in cui comprendiamo che il sipario non separa due realtà diverse, ma ci invita a considerare la possibilità che ciò che appare e ciò che non appare siano due aspetti di un unico processo. E forse il compito dell'uomo non è distruggere il mistero alzando definitivamente il sipario, ma imparare a guardare la scena con occhi abbastanza profondi da intuire che, dietro ogni forma, esiste sempre qualcosa che ancora non abbiamo compreso.


