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Polveri indigeste


Stefano Montanari - 01/01/2016
Gli occhi sono uno strumento sterile se la luce che entra si ferma lì e l’immagine non è elaborata a livello del pensiero. Gli ostacoli ad un procedimento del genere, sebbene apparentemente così ovvio, sono più d’uno e, tra loro, vi spicca una sorta di censura che noi poniamo al ragionamento. Tale censura automatica ci permette di continuare a vedere ciò che vogliamo vedere, ciò che, per es, ci rassicura e ci mantiene in una situazione di confort. Nemmeno lo scienziato, il meno influenzabile tra gli uomini, è libero da questo vincolo. Anzi, a volte ne è schiavo inconscio, talmente schiavo da diventare il nemico più tenace ed insidioso della scienza.
Accade che sotto il suo naso si svolgano fenomeni che il suo occhio individua perfettamente, ma che finiscono per sua involontaria volontà, se mi è permessa una simile antinomia, nel cestino della carta straccia del suo cervello.
Ciò che abbiamo osservato noi - in realtà mia moglie, perché il vero scienziato è lei - è qualcosa che sarà passato indubbiamente sotto il microscopio di mille e mille ricercatori, ma che è stato cancellato senza lasciare traccia. Di che si tratta? L’atmosfera pullula di polveri e così i cibi e i farmaci, e noi quelle polveri ce le respiriamo e ce le mangiamo. Tutto qui? Tutto qui. Se non fosse che noi quelle polveri le abbiamo viste nei tessuti malati di cancro, in quelli di feti malformati, in quelli di malattie infiammatorie e, insomma, ben piantate nell’organismo umano da cui non escono più perché noi non siamo in grado di liberarcene. E lì sarebbe bene che non ci stessero.
Per un non addetto ai lavori, tutto questo può apparire perfettamente logico e, in effetti, è perfettamente logico, se non che una scoperta simile va a sconvolgere una fetta di mondo.
L’Uomo (con la U maiuscola) è l’unico animale inquinante che esista su questo pianeta, il che è la particolarità che lo distingue inequivocabilmente da ogni altro essere. E l’inquinamento è dovuto all’applicazione della scienza di cui l’Uomo è capace sotto forma di tecnologia. Nella visione che spazia tra Ottocento e Futurismo, tradurre la scienza in tecnologia - la tecnologia che siamo stati capaci di partorire - è cosa di cui andare fieri. In realtà, a costo di farmi dei nemici, mi sento di non condividere la visione o, almeno, non completamente. Ciò che abbiamo fatto da quando abbiamo imparato ad accendere il fuoco è di allontanarci prima con esitante timidezza, poi, via via, con baldanza crescente, dalla Natura, sfidandola come se fosse una nemica da sconfiggere, senza ascoltare Bacone che ci ammoniva dicendoci che l’unico modo per dominarla è obbedirle e, lasciando da parte i filosofi, senza nemmeno ascoltare il buon senso..
Impadronirci del fuoco è stato il primo atto contronatura (oddio, che cosa ho detto!) e questo perché le combustioni, tutte, nessuna esclusa, generano polveri in parte indistruttibili e, dunque, eterne, almeno per le nostre dimensioni. Se per millenni il fuoco è stato qualcosa da trattare con rispetto, quasi con soggezione, se non altro per la difficoltà di mantenerlo e di farlo abbastanza caldo, tanto che i manufatti usciti dalle fucine (i metalli o il vetro, per esempio) erano alla portata solo di una piccola minoranza stanti i loro costi, dalla cosiddetta Prima Rivoluzione Industriale settecentesca in cui si scoprirono le potenzialità del vapore e ancor di più dalla Seconda Rivoluzione Industriale, quella dell’Ottocento in cui si cominciò in grande stile a bruciare i combustibili fossili, il fuoco è diventato sempre più a buon mercato. E oggi superare i 10 o i 15.000 gradi è un giochetto da ragazzi. Questo apre orizzonti immensi di manufatti e di servizi ma, ahimé, non si sono fatti i conti per intero.
Se bruciare significa fare polvere e se questa polvere è eterna, bruciare molto significa fare molta polvere eterna e la Terra questa roba proprio non la digerisce. Quella che produciamo resta per sempre e, come conseguenza, cambia le caratteristiche di un habitat e provoca tutta una serie di malattie, quelle che mia moglie, Antonietta Gatti, battezzò “nanopatologie”, dove il prefisso nano sta per le nanopolveri, vale a dire le polveri più piccole di un millesimo di millimetro.
Ma chi è, nello specifico, il mostro che partorisce questa cosa tanto terribile? Qui sta l’inghippo. La Natura produce un po’ di polveri, particelle in termine appena più tecnico, attraverso i vulcani e l’erosione delle rocce, per esempio, ma questi granellini sono piuttosto grossolani. L’Uomo, invece, di particelle ne produce quantità immense e di dimensioni di gran lunga più minuscole di quelle d’origine naturale, e il fatto che siano così piccole è un guaio, perché, più piccole sono, meglio e più profondamente s’insinuano nell’organismo, fino a penetrare indisturbate nel nucleo delle cellule. Motori a scoppio, cementifici, fonderie e inceneritori sono i grandi colpevoli, ed è facile intuire come questi colpevoli siano legati ad interessi economici enormi. In più, c’è la guerra, quella moderna, quella che usa sostanze che esplodono ad altissima temperatura come l’uranio impoverito, e anche qui gl’interessi sono notevolissimi.
Il nostro paese detiene un certo numero di primati, non tutti lodevoli. Uno è quello di avere il maggior numero di veicoli per abitante e per chilometro di strada, e questo comporta inevitabilmente il rilascio di grandi quantità di gas di scarico, con polveri annesse, in atmosfera. Un altro primato, quello di rendere legale ciò che è illegittimo, richiede un po’ più di spiegazione. Anni fa, la Comunità Europea stabilì che i paesi aderenti dovevano riservare il 7% della loro bolletta energetica all’incentivazione delle fonti d’energia rinnovabile, il che significa principalmente il sole e il vento. Il nostro governo, con un delicato colpo di mano, aggiunse alla dizione “energie rinnovabili” le due parole “e assimilate”, con questo affiancando a sole e vento i rifiuti e gli scarti delle raffinerie di petrolio che, ovviamente, tutto sono tranne fonti d’energia rinnovabile. Quelle due paroline aggiunte hanno generato, oltre alle multe comminateci dall’Europa, un business miliardario (ad oggi 38 miliardi di Euro) con cui si mantengono faccendieri e partiti politici i quali, va da sé, non hanno alcun interesse che si sappia quanto pericolosi siano i loro impianti, impianti, peraltro, completamente inutili, essendo il peggior surrogato, pur se superficialmente il più comodo, di una gestione intelligente dei rifiuti.
Dunque, questa scoperta, in apparenza così innocuamente banale, diventa qualcosa da imbavagliare.
Io, su questa scoperta, ci ho fatto centinaia di conferenze, ci ho scritto fiumi di parole e ci ho fatto >>un DVD che è nato per essere comprensibile a tutti e perché chiunque, se lo vuole, sia messo in condizione di difendersi da questa aggressione che non coinvolge soltanto noi, ma le generazioni future.
Poi ci ho scritto un libro ad uso degli scienziati, ponderoso e, magari, non sempre di facile lettura, e uno, invece, per tutti, in cui gli argomenti del DVD vengono sviscerati in modo più completo e in cui racconto la storia della scoperta e ciò che dalla scoperta è scaturito, qualcosa che nessuno, ed io per primo, si aspettava.


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