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Sviluppare l'arte del "non fare"

di Richard Bartlett - 05/11/2010

Sviluppare l'arte del "non fare"

Meglio non ritrovarsi nella condizione di dover fare qualcosa, perché fin troppo spesso si rivela essere una condizione in cui non possiamo fare un granché. Consentiamo invece la manifestazione dello stato di coscienza del "non fare", e trasformiamola nel nostro migliore amico. Dedichiamo coscientemente un po' di tempo ed energia alla realizzazione di tale stato, ponendone le premesse, ben consapevoli che spesso nel momento in cui è più importante che accada qualcosa, non accade proprio nulla, mentre quando coscientemente non facciamo proprio niente, tutto può accadere.
Meno facciamo maggiore è il potere a cui possiamo accedere. Quando ci sforziamo di fare o di far succedere qualcosa, quel nostro "fare" è condizionato da una consapevolezza limitata delle possibili soluzioni. Quando seguiamo il flusso e siamo in armonia con la corrente degli eventi, non stiamo più resistendo ai benefici del loro potenziale quantistico. A quel punto tutto diventa possibile e ci sono maggiori probabilità che si manifestino eventi miracolosi.

La Fisica dei MiracoliBuono
Rinunciare per riuscire
Per avere successo, la prima idea cui dobbiamo rinunciare è quella di esserne l'attore principale. Invece di darci un gran da fare sulla base del livello meramente umano e cosciente, trasformiamoci in una "porta aperta". E ricordiamoci di lasciare accesa la "luce", così da poter ricevere gli "Angeli dell'Inconsapevolezza". Nel momento stesso in cui rinunciamo, possiamo abbandonare le abituali routine della nostra coscienza. Così facendo accediamo a tutto ciò di cui, normalmente non potremmo disporre, le modalità di essere e di fare che secondo logica ci sarebbero precluse. La capacità di mollare la presa e abbandonare i soliti percorsi può trasformarsi nel nostro metodo di scelta, sotto forma di "tribunale di prima istanza".

Abbracciare il cambiamento che non possiamo vedere e che non ci sogneremmo mai di cercare
Se stiamo osservando una realtà in cui nulla cambia, forse è perché la stiamo contemplando servendoci di particolari "lenti", modello "nulla cambierà mai". Se poi cerchiamo di mettere le basi per quel cambiamento di cui vorremmo godere, come i risultati che abbiamo visualizzato, e continua a non succedere nulla, vuol dire che ci troviamo in un sottoinsieme della realtà definito "quando osservo la realtà nulla cambia". Per poter trasformare questo genere di esperienze abituali dovremmo abbandonare la nostra normale struttura di riferimento e provare a concentrare il nostro sguardo in modo diverso. Per esempio, potremmo provare a prendere le distanze da un certo problema, e osservarlo come se ci fossimo dotati di un teleobiettivo. La comprensione non implica né si basa su schemi che scaturiscono dalle capacità acquisite in passato.