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Il ritorno del Conte di Cagliostro grande alchimista

di Emanuele Cangini - 21/06/2016

Il ritorno del Conte di Cagliostro grande alchimista

Dall’album della storia facciamo rivivere in questo articolo, proprio in occasione del Solstizio d’estate, la figura misteriosa e controversa dell’alchimista-esoterista Alessandro conte di Cagliostro.

 

 C’era una volta un uomo, un gentiluomo che amava aggirarsi nei meandri delle più importanti corti europee. Un personaggio avvolto nel mistero, che in piena epopea illuminista frequentava i principali salotti culturali del vecchio continente.

«Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza», diceva di sé, sul pulpito dei suoi autentici natali palermitani, cavalcando l’onda di un sentire metafisico che ne avrebbe senza esitazione condizionato la vita e, ancor più, il mito dopo la morte. 

 

Cagliostro: un personaggio ambiguo ma ricco di fascino

Alessandro conte di Cagliostro (1743-1795) era e rimane personaggio senza dubbio tra i più controversi della storia, avvolto da una cappa di tetro mistero che con insolenza sfida le critiche più attendibili, spesso scagliate a ragion veduta: ancor più spesso, a ragion negata. Taumaturgo, mago, mistico, ciarlatano, guaritore, esoterista, spesso tacciato di condotte faziose e reazionarie: attivo, con fervore, negli ambienti massonici, idolo delle fazioni antimonarchiche e accusato di essere volgare lestofante dai più moderati (stessi giudizi altamente dispregiativi pronunciava la Santa Inquisizione).

 

 

Nacque a Palermo Alessandro, il 2 di giugno del 1743, e sin dagli anni giovanili amava ricordare a nobili e meno nobili quanto il futuro non serbasse segreti alla propria mente; non solo erano in suo possesso i segreti dell’alchimia ma risultò essere anche fondatore di un particolare rito massonico, quello denominato “La saggezza trionfante”. Nei suoi progetti vi era l’obiettivo di attuare una svolta radicale nella coscienza massonica, andando a sostituire gli anacronistici strumenti di cui le logge disponevano con una nuova e più aperta ricerca esoterica.

 

Cagliostro: dall’antico Egitto al Settecento illuminista

Forti furono le voci infamanti e repressive che si levarono, dal coro clericale e conservatore, ai suoi danni ma, nonostante ciò, i  favori generali della popolazione e di una buona fetta dei circoli culturali rimanevano a suo beneficio. Cristiano di battesimo, eretico nelle pratiche delle empie e sacrileghe mistificazioni egizie, avventuriero e grande iniziato. Nessuno come Cagliostro ha saputo far convergere in sé le tensioni di una epoca, della e nella storia, perdurando una situazione di conflitto senza risoluzione che solo nel mito, forse, restituisce una parvenza di legittimità alla sacralità del profano. La demistificazione del mistico diventa prassi consolidata.

 

 

L’ermetismo egizio riemerge dalle sabbie antiche e riallaccia un contatto con le nuove correnti illuministe che si irradiano nelle cattedrali della dotta Europa: questo vuole Cagliostro, un ripristino, una evocazione, una invocazione, ad antiche dottrine sapienziali che di liturgico possiedono solo la devozione alla nobiltà delle proprie origini. Tema mitologemico egizio che si contrappone all’impianto dialettico biblico come unico e primario depositario del sapere, della storia e della religione, in concomitanza alla consegna delle tavole mosaiche.

 

 

Trama vergata per mano stessa di Alessandro, il quale con irrisoria disinvoltura rivolge appello all’alchimia come portatrice di ricerca di un antico sapere: ricerca come riscoperta, ancor meglio e ancor più che scoperta. I sacerdoti egizi ricollocati alla luce della riconcepita prassi storica hanno, e avranno il merito, attraverso Cagliostro, di mostrare e svelare il “lato oscuro” di un Illuminismo che rifugge i propri fantasmi: sì, spettri, ombre, prodotto esatto dell’eccesso di lumi proiettati dall’insolenza della “ragion pura” che, con un colpo di guanto, pretendeva di relegare all’angolo degli smarriti secoli e secoli di “grandeur” iniziatica, arcana e cabalistica. Come nell’Umanesimo il tratto distintivo consistette nella riscoperta del Classico, nell’Illuminismo, indubbiamente per merito del contributo di Cagliostro, il tratto fondamentale non consistette tanto nella dimensione razionalista dei filosofi, per quanto questa ne risulti la versione più formale, quanto nell’occultismo degli illuminati, il quale completava in maniera non separabile il quadro di questa dimensione socio-culturale.

 

 

Ne consegue che l’Illuminismo potrebbe essere visto e pensato in ordine a una nuova prosecuzione, non più frammentata da comode scorciatoie storiche, ma dal canto di una fluida continuità ideologica: Illuminismo come prosecuzione dell’ermetismo filoegiziano di epoca rinascimentale.  Cagliostro diventa un collante, una cerniera, ancor più che traghettatore di due mondi: il traghettatore si limita a condurre, il collante diventa esso stesso parte intima e integrante di un passaggio, che non vede soluzione di continuità.

 

 

San Leo: la torre della prigione diventa monumento alla memoria

Ecco quindi il merito di Alessandro. Aver condotto l’antico verso il nuovo, il passato verso il futuro senza urti, senza effrazioni, senza traumi, ma unificandoli in un presente che sapeva e poteva contenerli entrambi, mantenendone vive le divergenze identitarie seppur riassorbite da una medesima matrice unificante: la nuova indagine esoterica.

 

La sua alchimia verteva proprio su questi precetti primari: la sostanza oltre i nomi con i quali veniva definita. Quella torre di San Leo nella quale venne rinchiuso assume una valenza simbolica ancora più forte in virtù di tutto ciò: normale vederla non più come prigione, come isolamento, ma pensarla come scrigno, come forziere, racchiudente un tesoro prezioso.

 

Il tesoro del mito che chiama e che avvicina, esatto contrario degli scopi per i quali l’esoterista era stato rinchiuso. Volerlo dimenticare relegandolo all’oblio della memoria, condannandolo alla solitudine della prigione, ha sortito l’effetto contrario, ravvivandone la storia, attualizzandone le gesta, eternizzandone il mito dell’avventuriero ancor prima dell’uomo.

 

Il silenzio della prigione diventa eco, la Torre del distacco e della solitudine diventa il megafono del vissuto. A questo penso tutte le volte che passo da San Leo, a questo penso tutte le volte che volgo lo sguardo verso la Torre.

 

In fondo, tutti noi, almeno una volta, abbiamo teso l’orecchio a una delle porte perimetrali che cingono la cinta muraria di base; teso l’orecchio e chiusi gli occhi, cercando di udire i passi del Conte di cui, narra la leggenda, mai si trovò il cadavere…